Figli amati male di Basilio Petruzza si distingue come un romanzo ambizioso e stratificato, capace di affrontare uno dei nodi più complessi dell’esperienza umana, ovvero il rapporto tra genitori e figli.
Pubblicato da Arbor Libri, il libro si inserisce in quella linea di narrativa emotiva e analitica che non teme di esplorare le fragilità più intime. Petruzza costruisce un racconto corale, denso e a tratti spiazzante, in cui il dolore non è mai fine a sé stesso, ma diventa materia narrativa per interrogare la formazione dell’identità.
Il risultato è un romanzo che chiede partecipazione attiva al lettore, mettendolo di fronte a domande scomode e profondamente universali.
Un romanzo corale sulle ferite ereditarie
Al centro di Figli amati male si muovono Raffaele e Monica, due giovani che si incontrano in una clinica per disturbi del comportamento alimentare. È da questo spazio liminale, sospeso tra cura e smarrimento, che prende avvio una narrazione che si sviluppa su più livelli temporali, intrecciando presente e passato in una struttura volutamente ramificata.
Basilio Petruzza costruisce un impianto corale in cui le voci dei protagonisti si alternano a quelle dei genitori e degli altri personaggi, componendo un mosaico emotivo complesso.
Il dispositivo narrativo non è solo formale, ma qui riflette una precisa visione del mondo, secondo cui ogni individuo è il risultato di una genealogia affettiva, spesso segnata da mancanze e distorsioni.
Le storie familiari emergono come radici profonde che condizionano il presente, rendendo evidente come il dolore non sia mai isolato ma trasmesso, rielaborato, talvolta inconsapevolmente perpetuato.
In questo senso, il romanzo si colloca in una tradizione che potremmo definire “psico-narrativa”, ovvero non si limita a raccontare eventi, ma indaga le cause, le dinamiche, le eredità emotive. La coralità diventa così uno strumento di conoscenza, capace di restituire la complessità delle relazioni senza semplificazioni.
Il lettore è chiamato a orientarsi in questo intreccio, riconoscendo nei personaggi frammenti della propria esperienza.
Disturbi alimentari e identità
Uno degli elementi più rilevanti del romanzo è il modo in cui affronta i disturbi del comportamento alimentare. Lontano da ogni approccio didascalico o stereotipato, Basilio Petruzza li inserisce all’interno di un quadro più ampio, come manifestazione visibile di un disagio più profondo. La clinica non è solo un luogo di cura, ma uno spazio simbolico in cui emergono le fratture identitarie dei protagonisti.
Raffaele e Monica non sono mai ridotti alla loro condizione, ma restano personaggi complessi, attraversati da desideri, rabbia e bisogno di riconoscimento. La loro relazione si costruisce su una fragilità condivisa che diventa, progressivamente, possibilità di comprensione reciproca. In questo equilibrio tra dolore e apertura, il romanzo evita la retorica della guarigione facile e restituisce invece un percorso irregolare, fatto di cadute e tentativi.
L’eredità invisibile: ciò che i genitori lasciano oltre le parole
C’è un aspetto che Figli amati male porta in superficie con particolare lucidità, ed è quello dell’eredità emotiva che ciascuno di noi riceve, spesso senza strumenti per decodificarla. Non si tratta solo di educazione o di valori dichiarati, ma di qualcosa di più sottile e pervasivo, come schemi relazionali, modalità di gestione del conflitto, percezione di sé.
È un terreno che ho avuto modo di indagare anche personalmente, osservando come certe dinamiche interiori non nascano nel presente, ma affondino in una storia che ci precede. Il romanzo di Basilio Petruzza intercetta con precisione questo nodo, mostrando come l’amore genitoriale, quando è disfunzionale o incompleto, possa tradursi in una difficoltà profonda nel riconoscere i propri bisogni.
Non c’è accusa esplicita, né una semplificazione delle responsabilità, piuttosto emerge una consapevolezza complessa, in cui i genitori stessi appaiono come portatori di ferite irrisolte. In questa catena di trasmissione emotiva, il libro suggerisce una possibilità implicita ma cruciale, ovvero quella di interrompere il ciclo, a partire da un atto di riconoscimento.
Scrittura incisiva e impatto emotivo
La forza di Figli amati male risiede anche nella sua scrittura. La prosa di Basilio Petruzza è spesso affilata. Una lingua che scava, che non si limita a descrivere ma incide nella materia emotiva dei personaggi. Il ritmo alterna passaggi più lirici a momenti di forte tensione, creando un andamento che rispecchia la complessità dei vissuti narrati.
Dal punto di vista tematico, il romanzo insiste su un’idea centrale, quella siamo tutti, inevitabilmente, figli. E come tali portiamo con noi tracce di un amore imperfetto, talvolta distorto, che continua a influenzare il nostro modo di stare al mondo. Questa consapevolezza attraversa l’intero libro, trasformandolo in un dispositivo di riconoscimento dove il lettore è spinto a interrogarsi sul proprio passato, sulle proprie relazioni, sulle dinamiche che ha interiorizzato.
Non è una lettura consolatoria. Al contrario, Figli amati male si configura come un testo esigente, emotivamente denso, che richiede disponibilità all’ascolto e alla messa in discussione. Ma è proprio in questa sua capacità di inquietare che il romanzo trova la sua ragion d’essere. Non offrire risposte, ma aprire uno spazio di riflessione autentica, dove il dolore può diventare consapevolezza e, forse, trasformazione.
