La penna in mano francesco ascoli

La penna in mano di Francesco Ascoli: la scrittura a mano ha mai finito di esistere

C’è un aforisma del grafico e scultore Ladislas Mandel che apre la presentazione de La penna in mano di Francesco Ascoli, edito da Olschki, e che vale la pena portarsi dietro: une lettre n’est rien qu’un ‘son’ / son trace est la trace de l’homme.

Una lettera non è altro che un suono, e il suo tracciato è il tracciato dell’uomo. Poche parole che contengono già tutto ciò che Francesco Ascoli sviluppa in queste pagine dense e rigorose. La penna in mano. Per una storia della cultura manoscritta in età moderna, è uno di quei libri che riportano alla luce qualcosa che si credeva marginale, come la scrittura a mano relegata in secondo piano, ahimè, anche a scuola, e dimostrano, con pazienza e con prove, che non lo è mai stato.

Il manoscritto non è mai scomparso

L’opinione diffusa è che la stampa abbia, nel mondo moderno, occupato tutti gli spazi rilevanti della comunicazione scritta, relegando la scrittura manuale a un ruolo residuale, come il biglietto di auguri, la firma in calce a un documento o la lista della spesa (anche se ora usiamo le app anche per questo).

Se ci pensiamo è una narrazione rassicurante nella sua linearità: prima la mano, poi Gutenberg, poi il digitale. Un percorso evolutivo in cui ogni tappa supera e sostituisce la precedente. Ascoli smonta però questa convinzione con sistematicità e con evidenza storica, e lo fa fin dalle prime pagine del volume con una chiarezza che non lascia spazio a equivoci.

La stampa non ha sostituito la scrittura a mano, ma ha creato una sovrastruttura, un veicolo veloce di comunicazione, spazzando via soltanto il libro manoscritto nel senso più stretto, non la scrittura tout court. Nei cataloghi antichi delle librerie regie e patrizie troviamo elencati simultaneamente, fino a tutto il Settecento, libri a stampa e manoscritti.

In Spagna e in Portogallo, nei secoli XVI e XVII, il manoscritto era ancora il veicolo privilegiato della diffusione della poesia lirica e dei romanzi cavallereschi. E non ci si deve meravigliare che un testo venisse copiato a mano anche quando era già stato pubblicato a stampa, perché le tirature erano basse, le barriere doganali alte, i sistemi postali inadeguati e i dazi d’importazione scoraggiavano lo scambio di libri tra stati.

La cultura manoscritta non era in conflitto con la stampa. Le due convivevano, si alimentavano a vicenda, raccontavano storie diverse con strumenti diversi. Come scrive lo studioso François Moureau, che Ascoli cita con precisione: «L’imprimerie n’est pas née contre le manuscrit». La tipografia non è nata contro il manoscritto.

Eppure la storiografia ha a lungo ragionato come se fosse così, compiendo salti cronologici che ignorano interi segmenti della comunicazione scritta, passando dalla tavoletta cerata al computer come se in mezzo non ci fosse stata tutta una civiltà.

Il pregiudizio storiografico e la mancanza disciplina

Il problema non è solo di percezione popolare. È un problema accademico, e Ascoli lo affronta con la franchezza di chi conosce bene il campo. La paleografia, la disciplina deputata per natura allo studio della scrittura, si ferma alle soglie del XVI secolo. Ciò che viene dopo, quattro secoli di scrittura a mano viva e socialmente rilevante, è rimasto in una terra di nessuno: troppo moderno per la paleografia, troppo specifico per la storia del libro, troppo materiale per la linguistica.

Armando Petrucci, il grande paleografo italiano che negli anni Settanta fondò una scuola di pensiero dedicata alla storia sociale della scrittura, aveva esplorato anche i periodi moderni, ma si trattava di escursioni fuori dalla sua giurisdizione disciplinare. In Francia, in Spagna, in Gran Bretagna gli studi sulla cosiddetta written culture o culture écrite hanno avuto uno sviluppo più sistematico, ma anche lì il quadro rimane frammentato con ogni studioso che scopre un angolo, una prospettiva, senza che esista un orizzonte disciplinare comune in cui le ricerche si orientino e si corroborino a vicenda.

La stessa definizione di “scrittura” è un termine polisemico che sfugge a qualsiasi presa epistemologicamente sicura, lo ammette Ascoli senza imbarazzo, citando il linguista Massimiliano Marrazzi: «Ancora oggi una definizione condivisa di cosa sia l’atto scrittorio, la scrittura nella sua materialità, ancora non esiste». La penna in mano è anche, esplicitamente, un manifesto per colmare questa lacuna, con la proposta di fondare una disciplina che dia autorità, continuità e scientificità a tutti gli aspetti della cultura scritta in età moderna.

Una struttura organica che segue le funzioni, non le epoche

La scelta strutturale del volume è una delle sue qualità più originali e vale la pena soffermarsi. Ascoli non organizza il materiale in modo cronologico, non procede dal Seicento al Novecento come farebbe una storia tradizionale, ma secondo le funzioni che la scrittura a mano ha esercitato nella società.

Cinque capitoli, cinque verbi: imparare, comunicare, condividere, raccogliere e utilizzare, controllare. È uno schema razionale che sposta l’attenzione dal quando al perché, dal documento alla relazione umana che quel documento rappresenta.

Si comincia dall’apprendistato, penne, inchiostri, calamai, stilografiche, perfino le macchine da scrivere come strumenti in lenta trasformazione, e si approda alla lettera come forma di comunicazione più personale che esista partendo dalle lettere di Natale, pervase di sensibilità religiosa e familiare, alle migliaia di corrispondenze private che hanno costituito il tessuto connettivo dei rapporti individuali degli ultimi due secoli.

Il manoscritto, inteso non in senso accademico ma nella sua valenza più ampia di testo scritto a mano, viene poi esaminato come strumento di condivisione: diari, riviste, album amicorum, registri musicali e letterari, piccole antologie personali di poesie e citazioni di autori celebri, manoscritti di preghiere spesso femminili e di piccolo formato, pensati per essere portati con sé e riletti ovunque.

Questi oggetti, come osserva Ascoli con una lucidità che va oltre la catalogazione storica, non erano destinati alla lettura una tantum come un libro, ma erano destinati alla rilettura, all’aggiornamento, alla correzione nel tempo. Un libro lo si legge, poi lo si ripone. Un manoscritto ce l’hai sempre con te, pronto per essere ripreso, modificato, interrogato di nuovo.

Gli egodocuments e la scrittura dell’io: quando il manoscritto è uno specchio

Mi sembra corretto dedicate uno spazio anche agli egodocuments, termine coniato in Olanda dallo storico Jacques Presser negli anni Cinquanta per indicare i prodotti di un’attività autobiografica, poi esteso fino a comprendere diari, autobiografie, libri di famiglia, scritture del for privé.

Ascoli entra in questo dibattito con cautela e con precisione, segnalando sia le potenzialità del concetto sia i suoi rischi. Ogni scrittura è, in senso lato, una scrittura dell’io, in quanto prodotta da un soggetto che scrive, ma non tutte le scritture sono intime, e la destinazione di uno scritto può cambiare nel tempo.

Ciò che nasce come riflessione privata può diventare un dono di nozze, ciò che viene confezionato per altri può finire per raccontare qualcosa di molto personale su chi lo ha assemblato. Le piccole antologie manoscritte di poesie e aneddoti che circolavano nell’Ottocento, le bibbie e i corani logori che i migranti portano con sé nei viaggi della speranza, le preghiere scritte a mano e regalate in occasioni religiose: tutti questi oggetti non sono né diari né autobiografie nel senso letterario del termine, ma ci raccontano delle sensibilità, dei gusti, delle credenze di chi li ha prodotti con una precisione che nessun documento ufficiale potrebbe eguagliare. Sono, come osserva Ascoli, esperimenti intertestuali ante litteram. Sono la scrittura come collage dell’identità.

Un volume che colma un vuoto e apre una strada

La penna in mano è un libro raro nel senso più preciso del termine: non esisteva, e mancava. Non perché l’argomento fosse inesplorato in assoluto, ma perché nessuno aveva ancora avuto la pazienza e la competenza di tenerlo insieme in un volume organico che ragionasse sulla scrittura a mano in età moderna come su un oggetto degno di studio sistematico e non come su un reperto sentimentale.

Francesco Ascoli ci riesce con una scrittura che è al tempo stesso rigorosa e accessibile, capace di parlare agli specialisti senza chiudere la porta ai lettori curiosi che arrivano a questo libro senza un bagaglio paleografico.

Il volume è corredato da ventiquattro figure in nero e sedici tavole a colori fuori testo che non fanno solo da ornamento, ma sono prove, esempi, oggetti che parlano da soli e che rendono concreto ciò che il testo teorizza.

Se c’è un limite, è forse quello della densità stessa del progetto. Il libro è ambizioso nel perimetro che si dà, e in certi passaggi la molteplicità delle prospettive aperte rischia di lasciare il lettore con più domande che risposte. Ma è esattamente questo, in fondo, il segno di un libro onesto e coraggioso, che non chiude le porte a risposte facili, ma apre a nuove prospettive e inchieste. Non tira per forza delle conclusioni, ma ci indica la strada e in un campo in cui la disciplina è ancora tutta da costruire, indicare la strada è già un grandissimo pregio.

La mano come specchio dell’uomo: calligrafia, stampa e il dialogo che non è mai finito

C’è un filo che attraversa l’intero volume e che emerge con particolare forza nelle pagine dedicate al rapporto tra scrittura manuale e tipografia, ovvero la convinzione che il processo tra le due culture non sia mai stato monodirezionale, ma sempre bidirezionale, circolare, ricco di incroci e sovrapposizioni che la storiografia ha a lungo ignorato preferendo la narrazione più semplice della sostituzione progressiva.

La stampa ha alimentato una maggiore circolazione di scrittura e di scambi epistolari, i quali a loro volta hanno alimentato pubblicazioni di raccolte di lettere e di manuali per segretari. La stampa ha rafforzato il principio di autorità del testo, e la cultura manoscritta ha risposto scoprendo il valore dell’autografo della persona celebre.

E nel campo del disegno del carattere, i prestiti sono stati costanti e profondi. Una serie intera di caratteri tipografici è ricavata dalle scritture manuali, a partire dal corsivo, e gli incisori dei punzoni erano spesso anche calligrafi.

La mano ha insegnato alla macchina come si fa una lettera. La macchina ha restituito alla mano un modello da imitare e da discutere. Non c’è vittoria di una sull’altra, ma c’è una conversazione lunga cinque secoli, ancora in corso.

Ascoli, con la pazienza di chi ha passato decenni negli archivi e nelle biblioteche, ce la racconta finalmente per intero. E alla fine di questa lettura, densa, rigorosa, capace di aprire orizzonti laddove si credeva ci fossero solo reperti, si esce con la sensazione precisa che la penna in mano non sia mai stata un gesto minore. È sempre stata, e continua ad essere, la traccia più diretta che l’uomo lascia di sé nel mondo.

Ringrazio la casa editrice per la copia omaggio inviatami

1200 630 Sara Prian