Alcuni quadri nascondono storie e alcune storie aspettano solo qualcuno disposto a guardarle davvero, oltre la superficie della tela. Durante una visita alla National Gallery, Emily Howes si trova di fronte ai ritratti delle figlie di Thomas Gainsborough. Prima bambine vivaci e luminose, poi donne adulte dai volti rigidi e infelici.
Una breve didascalia rivela che una delle due sorelle soffriva di malattia mentale e l’altra si era presa cura di lei per tutta la vita. Da quella scintilla nasce Le figlie del pittore, romanzo d’esordio pubblicato in Italia da Neri Pozza che ha conquistato critica e pubblico, entrando tra i Libri dell’Anno per The Times e The Sunday Times.
Con la delicatezza di un pennello in grado di sfumare i contorni tra la verità storica e l’immaginazione narrativa, Howes ci conduce nell’Inghilterra georgiana del Settecento, dove due sorelle inseparabili devono confrontarsi con le aspettative sociali, i segreti familiari e il peso devastante della diversità in un’epoca che non concedeva spazio all’imperfezione.
Vite dipinte: quando la Storia diventa romanzo
Emily Howes costruisce il suo romanzo su una solida base di ricerca storica durata quattro anni, ma è nell’intreccio tra documento e invenzione che trova la sua vera forza narrativa. Molly e Peggy Gainsborough sono esistite davvero, così come i ritratti che il padre pittore ha lasciato di loro. Testimonianze preziose di un’infanzia libera nelle campagne del Suffolk e poi di una giovinezza sempre più soffocata dalle convenzioni della società di Bath.
Howes attinge ai fatti noti, il trasferimento della famiglia, la carriera di Thomas Gainsborough, la condizione delle due figlie, per tessere una narrazione che esplora ciò che le fonti storiche non possono dirci. Cosa significava per Peggy proteggere quotidianamente la sorella? Quali sacrifici comportava quel legame indissolubile? Quale dolore si celava dietro gli sguardi spenti immortalati sulla tela?
L’autrice non si limita a riempire i vuoti della storia con dettagli plausibili, ma opera una vera resurrezione emotiva di questi personaggi, restituendo loro profondità psicologica e complessità umana. La narrazione si arricchisce inoltre di una seconda linea temporale che segue Meg (che se conoscete la Storia sapete chi sia, sennò lasciatevi avvolgere dalla sorpresa). Una storia parallela che illumina le condizioni femminili nell’Inghilterra del Settecento e le dinamiche di classe che plasmano il destino delle donne, dal più umile dei mestieri ai salotti dell’alta società.
Cosa vuole dire essere sorelle?
Al centro del romanzo c’è il legame tra Molly e Peggy, una connessione che va oltre l’affetto fraterno per diventare simbiosi, dipendenza reciproca. Howes descrive con straordinaria sensibilità la condizione di Molly, che oggi potremmo ricondurre all’epilessia o a disturbi neurologici, ma che nel Settecento era considerata follia o, addirittura, possessione.
Gli episodi in cui Molly “se ne va”, quando gli occhi diventano vuoti e i gesti incoerenti, sono resi con una delicatezza che non cede mai al melodramma, ma nemmeno edulcora la drammaticità della situazione. Peggy cresce assumendo su di sé il ruolo di custode, caregiver diremmo adesso, inventando scuse sempre più elaborate, vigilando costantemente sulla sorella con un’ansia che permea ogni momento della sua esistenza.
È una protezione che nasce dall’amore ma che si trasforma progressivamente in qualcosa di più ambiguo, quasi un controllo e abnegazione. L’autrice esplora con acume psicologico le zone d’ombra di questo rapporto, interrogandosi sul confine sottile tra prendersi cura di qualcuno e controllarne l’esistenza, tra salvare una persona e impedirle di vivere la propria vita.
Quando Peggy si innamora inaspettatamente di Johann Fischer, amico del padre e compositore, questo equilibrio precario viene sconvolto. Per la prima volta, emerge la possibilità di un’esistenza propria, separata da quella della sorella. E con essa arriva il senso di colpa lancinante, la sensazione di tradimento, la domanda terribile: quanto della mia vita devo a chi amo?
L’ombra del manicomio: malattia mentale e stigma sociale
Uno degli aspetti più potenti del romanzo è la rappresentazione della malattia mentale nel contesto storico del Settecento, quando l’istituzionalizzazione nei manicomi era la risposta più comune alla diversità comportamentale.
Howes, che nella vita è anche psicoterapeuta, porta nel romanzo una comprensione profonda di come la malattia mentale impatti non solo su chi ne soffre ma su tutto il nucleo familiare. L’ombra del manicomio aleggia costantemente sulle pagine, quella minaccia concreta che potrebbe strappare Molly alla famiglia da un momento all’altro, rinchiuderla in un luogo da cui non si torna, cancellarla socialmente.
È questa paura che spinge la madre Margaret a nascondere ossessivamente le “stranezze” della figlia, che motiva il trasferimento a Bath nella speranza che un ambiente più controllato possa contenere il problema. Ma è anche ciò che trasforma Molly in una prigioniera dentro la propria casa, costretta a indossare maschere sempre più rigide, a reprimere ogni spontaneità per paura di rivelare la propria condizione.
L’autrice riesce a mostrare come lo stigma sociale possa essere devastante quanto la malattia stessa, come la necessità di nascondersi corroda l’identità e come la società settecentesca non offrisse alcuna via di fuga per chi non rientrava negli schemi accettabili.
In questo senso, il romanzo diventa anche una riflessione più ampia sulla normativizzazione dei comportamenti e sulla violenza che le strutture sociali esercitano su chi è percepito come diverso.
Arte, classe e condizione femminile
Le figlie del pittore è intriso di arte. Non solo perché Thomas Gainsborough è uno dei protagonisti, ma perché l’arte stessa diventa la lente attraverso cui osservare il mondo. Howes descrive con maestria il processo creativo di Gainsborough, il suo amore frustrato per i paesaggi che preferirebbe dipingere invece dei ritratti su commissione che gli garantiscono il sostentamento, la tensione tra aspirazione artistica e necessità economica.
I ritratti delle figlie diventano metafora del modo in cui le donne vengono guardate ma non viste. Immortalate su tela come ornamenti, esposte allo sguardo pubblico come pubblicità vivente del talento paterno, ma mai considerate nella loro interiorità.
L’Inghilterra georgiana prende vita attraverso alcuni dettagli sensoriali, come il fruscio delle sete, l’odore delle strade di Bath, il contrasto tra la libertà selvaggia delle campagne del Suffolk e l’atmosfera soffocante dei salotti cittadini dove ogni gesto è regolato dall’etichetta.
Emerge con forza la condizione femminile di quell’epoca: donne senza potere economico, la cui unica prospettiva è un buon matrimonio, altrimenti destinate a dipendere dai padri prima e dai fratelli poi.
Margaret, la madre, incarna questa precarietà essendo figlia illegittima di un duca, ossessionata dall’idea di assicurare alle figlie quella stabilità sociale che lei stessa non ha mai avuto. Le sue pressioni su Peggy e Molly, per quanto spesso frustranti, nascono dalla consapevolezza terribile di quanto fragile sia la posizione di una donna senza marito in quella società.
Le figlie del pittore, un esordio maturo
Le figlie del pittore è un romanzo d’esordio di rara maturità, che dimostra come la fiction storica possa essere insieme rigorosa e profondamente ricca di emozionie. Emily Howes scrive con una prosa elegante ma mai compiaciuta, capace di evocare atmosfere con pennellate precise e di scavare nella psicologia dei personaggi con la sensibilità di chi conosce la complessità dell’animo umano.
Questo è un romanzo che interroga il lettore su temi universali: quanto dobbiamo sacrificare per chi amiamo? Dove finisce la protezione e inizia il controllo? Come si costruisce un’identità quando la società ti nega ogni spazio? Il tutto attraverso una storia particolare e storicamente accurata.
Non è una lettura facile, perché il dolore delle protagoniste è autentico e la consapevolezza che questa è una storia senza lieto fine aleggia sulle pagine fin dall’inizio. Ma è proprio in questa onestà che risiede la sua forza.
Per chi ama la narrativa storica psicologicamente sofisticata, per chi è interessato alle storie di donne dimenticate dalla Storia ufficiale, per chi cerca romanzi che facciano riflettere sulla condizione umana, Le figlie del pittore è una lettura che merita di essere scoperta e che continua a risuonare nella mente molto tempo dopo aver voltato l’ultima pagina.
