La vendetta, l’allegria e i conti con la vita: incontrare Francesca Crescentini e il suo «ballo in maschera»

Sabato 24 ottobre, all’Emeroteca dell’Arte, è andato in scena un nuovo appuntamento con Colazione con l’autore. Confesso una cosa che chi fa questo mestiere forse dovrebbe tenere nascosta: avevo un po’ d’ansietta. Presentare un libro scritto da una persona che non solo stimi profondamente, ma che gestisce una community immensa, attiva e affettuosa come quella di Francesca Crescentini, per tutti semplicemente Tegamini, fa tremare un po’ i polsi. La domanda che continuava a ronzarmi in testa era una sola: sarò all’altezza? (ciao sindrome dell’impostore, come stai? Ti trovo in ottima forma oggi)

A volte, però, basta pochissimo per smontare l’ansia da prestazione. Un sorriso, una battuta buttata lì prima di cominciare. Tra me e Francesca la sintonia è scattata all’istante, complice una modalità che riconosco subito, cioè quell’umorismo un po’ affilato, quel modo tutto nostro di maneggiare le cose pesanti della vita attraverso la lente dell’ironia. Quando il dolore o la stanchezza diventano insostenibili, la tentazione è quella di fare una battuta, così sapete, per evitare di crollare.

E proprio chiacchierando con lei, guardandola negli occhi al di là del microfono, ho intuito la profondità della sua sensibilità. Sotto la corazza della sagacia e della battuta pronta c’è un’umanità disarmante, capace proprio per questo, di scrivere libri che ti restano appiccicati addosso.

Il libro in questione è La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con «Il conte di Montecristo», pubblicato da Einaudi. E adesso che ho conosciuto Francesca e ho letto il suo libro, fino a commuovermi alle lacrime, tutto torna.

La domanda al centro

Copertina di La vendetta è un ballo in maschera di Francesca Crescentini, Einaudi

Scheda del libro

La vendetta è un ballo in maschera

Francesca Crescentini

2026 I coralli 416 pagine 20,00 €

Di cosa parla?

E se trascorressimo un anno in compagnia di Edmond Dantès, l’eroe di Il conte di Montecristo, e della sua inesorabile sete di vendetta? È questa la scommessa di Francesca Crescentini, che intreccia la lettura del grande classico di Alexandre Dumas con le sorprese, le fatiche e le piccole gioie della vita quotidiana.

Tra riflessioni letterarie, ironia e momenti di commozione, l’autrice si interroga sul nostro desiderio di ottenere giustizia quando la vita ci mette di fronte a perdite e ingiustizie che non possiamo cancellare. Perché, anche quando è troppo tardi per pareggiare i conti, possiamo ancora trovare un modo per riparare noi stessi.

La premessa del libro è apparentemente molto semplice: trascorrere un anno intero in compagnia di uno dei grandi classici della letteratura, Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Un’impresa che ai poco attenti potrebbe sembrare semplicemente un esercizio di lettura, un omaggio a un romanzo amatissimo o un saggio letterario destinato a pochi appassionati. Ma La vendetta è un ballo in maschera prende presto un’altra strada. Francesca Crescentini non si limita a raccontarci la storia di Edmond Dantès, ma prende il romanzo di Dumas e lo trasforma in uno strumento attraverso cui interrogare se stessa e il mondo che la circonda. Ne nasce un memoir ibrido, un diario intimo e insieme lucidissimo, in cui la letteratura smette di essere qualcosa da osservare a distanza e diventa un modo per provare a comprendere quello che ci succede (che è un po’ anche quello che ha deciso di fare con me la mia psicologa nell’ultimo anno, ma questa è un’altra storia).

Sono convinta che i libri, quando incontrano le domande giuste, hanno la capacità di continuare a parlarci anche quando la storia che raccontano appartiene a un altro secolo. Le disavventure di Edmond Dantès, (lo sapevate che da quando l’ho letto il mio nickname è stato spesso Eugénie Dantes?) con i loro tradimenti, le ingiustizie e il desiderio di rivalsa, diventano così uno specchio attraverso cui guardare le nostre esperienze, comprese quelle per cui non abbiamo né una spiegazione convincente né una soluzione. In questo, secondo me, il progetto di Francesca trova la sua forza. Ovvero nel dimostrare che , anche chi ha già letto un libro, può tornare a una storia conosciuta per accorgersi di avere domande nuove, solo perché nel frattempo siamo cambiati noi.

Il cuore pulsante del libro si trova in un cortocircuito semplice ed efficace: Edmond Dantès ha nemici precisi a cui presentare il conto; Francesca no. Il conte di Montecristo conosce i nomi di chi lo ha tradito, sa individuare le responsabilità e può organizzare la propria vendetta con la precisione di un architetto. Ha un piano, risorse pressoché illimitate e un obiettivo che orienta ogni sua scelta. La sua sofferenza ha un’origine riconoscibile, un responsabile contro cui dirigere la rabbia. Questo non rende meno terribile ciò che ha subito, ma gli offre qualcosa a cui aggrapparsi, cioè la possibilità di trasformare il dolore in un progetto.

Ma quando, invece, non c’è nessuno a cui attribuire la colpa? Che cosa succede quando a sottrarci la serenità, il tempo e gli affetti non è un antagonista da romanzo d’appendice, ma la vita stessa? Quando le cose finiscono, le persone se ne vanno, il lutto si presenta senza chiedere permesso e il futuro prende una direzione che non avevamo previsto? Che cosa ce ne facciamo della rabbia quando non esiste un colpevole in carne e ossa a cui rivolgerla? Dove può andare il desiderio di rivalsa quando non c’è nessuno contro cui rivalersi?

La vendetta, almeno nella sua forma narrativa, promette una corrispondenza tra il torto subito e la punizione inflitta. Qualcuno ci ha fatto del male, qualcuno dovrà risponderne, giusto? Ecco, 90 su 100 la vita reale, invece, non garantisce alcuna simmetria. Non sempre esiste una responsabilità da accertare, un’ingiustizia da riparare o una persona a cui chiedere spiegazioni. Il dolore non è il risultato di un complotto, ma di una serie di circostanze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Non esiste nessun tesoro nascosto che possa restituirci ciò che abbiamo perduto (sarà per quello che mi piacciono così tanto le storie di pirati?).

Qui il confronto con Dantès si fa a mio parere particolarmente interessante. La sua storia ci permette di fantasticare sulla possibilità di riprendere in mano il nostro destino, di prepararci con pazienza, diventare più forti e tornare da chi ci ha feriti per dimostrare che non ci ha sconfitti. Ma che cosa significa riprendere in mano la propria vita quando non c’è una battaglia da vincere? Come si fa a convivere con ciò che non può essere corretto, risarcito o cancellato?

Francesca non sembra interessata a offrirci una formula rassicurante, e sarebbe probabilmente fuori luogo aspettarsela. Il valore di questo dialogo con Dumas sta proprio nella possibilità di fermarci dentro le contraddizioni, senza affrettarci a trasformarle in lezioni di vita. La letteratura non risolve necessariamente i nostri problemi, ma può aiutarci a riconoscerli, a dare un nome a sensazioni che credevamo soltanto nostre e a trovare una prospettiva diversa da cui osservarle (è quello che è successo a me con questo libro, che ha saputo trovare le parole che io non ero riuscita a trovare per raccontare la mia perdita, dando voce a emozioni che portavo dentro ma che non sapevo come esprimere).

Quindi se non possiamo vendicarci di tutto ciò che ci ha feriti, che cosa possiamo fare del dolore che ci rimane? La risposta, se esiste, non è necessariamente una resa dei conti. Potrebbe essere un modo diverso di stare al mondo, imparando a convivere con le ingiustizie senza lasciare che siano loro a definire ogni cosa. Non è una soluzione semplice, né una conclusione particolarmente eroica, ma a me piace pensare che a molti di noi piaccia anche essere Robin nella vita, no?

Quando le parole trovano finalmente casa

Dicevo, per me, leggere questo libro è stato un colpo allo stomaco e, allo stesso tempo, una liberazione. Nelle sue pagine Francesca ha trovato le parole che io stessa cercavo da tempo per raccontare l’ultimo anno trascorso accanto a mia madre, prima di perderla. Un anno fatto di cura, di stanchezza, di quella lenta sottrazione di energie e di spazio interiore che accompagna certe esperienze, e infine della perdita. Qualcosa che ho riconosciuto nella sua scrittura senza bisogno di forzare i parallelismi.

Leggendo, ho avuto la sensazione di ritrovare qualcosa che conoscevo intimamente, ma che non ero ancora riuscita a mettere a fuoco del tutto. Francesca non ha raccontato la mia stessa storia, ma, seppure il dolore non possa essere sovrapponibile a quello di un altro, certe emozioni hanno una consistenza che riconosciamo anche quando cambiano i contorni: la fatica di assistere qualcuno che ami, il senso di impotenza davanti a ciò che non puoi aggiustare, la rabbia che non sa dove andare e il disorientamento di chi deve imparare a stare al mondo in una forma nuova.

In queste pagine tutto questo trova spazio senza sconti, senza retorica e senza la pretesa di rendere il dolore più accettabile di quanto sia. Non c’è la ricerca di una morale da estrarre dalla sofferenza, né l’obbligo di trasformare ogni ferita in un’occasione di crescita. Non c’è quella consolazione un po’ frettolosa che spesso ci viene offerta quando qualcuno non sa bene cosa dire: l’idea che tutto accada per una ragione, che il tempo sistemi ogni cosa o che, prima o poi, si debba necessariamente trovare un senso a ciò che ci è successo.

Questo è uno di quei libri che ti prende per mano e ti fa sentire meno sola, senza prometterti che domani farà meno male. Francesca riesce a parlare della morte, del disorientamento e della rabbia con una grazia che non scivola mai nel melodramma, ma che non ha nemmeno paura di fermarsi davanti alle emozioni più scomode. L’ironia, che attraversa la sua scrittura, non serve a sminuire ciò che fa male (grazie a Dio, finalmente!!!!) diventa piuttosto un modo per avvicinarsi a quel dolore senza lasciarsene sopraffare, per continuare a guardarlo anche quando distogliere lo sguardo sarebbe più facile.

E sapete cosa mi è piaciuto tanto? La sensazione che, per una volta, non fosse necessario tradurre la propria esperienza in qualcosa di più ordinato, comprensibile o presentabile. Che si potesse essere stanche, arrabbiate, fragili e persino capaci di ridere, senza che una cosa escludesse l’altra. Che il dolore non dovesse per forza diventare una storia edificante per meritare di essere raccontato.

A volte, quando attraversiamo esperienze che ci cambiano profondamente, ci manca persino il linguaggio per parlarne o le lacrime da versare. Eppure per alcuni se non piangi abbastanza, non soffri abbastanza, credetemi, mi è stato detto.

Le parole che abbiamo a disposizione sembrano troppo piccole, troppo convenzionali, incapaci di restituire la complessità di quello che abbiamo vissuto. Poi arriva un libro come questo, qualcun altro mette in fila quelle parole, e improvvisamente riconosci qualcosa che credevi di non saper raccontare. E almeno per un momento, ti senti meno sola dentro quella ferita.

Per me, leggere Francesca è stato anche questo. Trovare una casa per pensieri ed emozioni che avevo faticato a esprimere. Scoprire che la letteratura non ha bisogno di insegnarci come superare il dolore. Le basta dirci che possiamo abitarlo senza vergognarci di ciò che proviamo, senza dover dimostrare di essere diventate più forti e senza sentirci in dovere di trovare, a tutti i costi, una risposta.

L’allegria come forma di resistenza

La risposta che il libro costruisce pagina dopo pagina al dilemma della vendetta è bellissima: la rivalsa nei confronti di un’esistenza che ci ha tolto troppo non consiste necessariamente nel pareggiare i conti con chi ci ha fatto del male. La vera vendetta, suggerisce la riflessione che attraversa queste pagine, potrebbe consistere in qualcosa di diverso, cioè nella capacità di riscattare i futuri felici che ci sono stati portati via.

Non significa fingere che il passato non sia mai esistito, né convincersi che ogni perdita nasconda un’opportunità. Ci sono cose che non si possono recuperare, assenze che non si colmano e ingiustizie che rimangono tali, anche quando impariamo a conviverci. Ma forse possiamo impedire che ciò che ci è stato sottratto continui a decidere tutto quello che verrà. Non possiamo cambiare le carte che ci sono state distribuite, e a volte non possiamo nemmeno prendercela con chi le ha mescolate. Possiamo, però, provare a giocare la partita che ci rimane. Non è una vittoria spettacolare come quella del conte di Montecristo, ma è una forma di riscatto che appartiene interamente a noi.

In questo disegno, l’ironia e l’allegria non sono una fuga dalla realtà, un modo per alleggerire artificialmente ciò che pesa o per nascondere la sofferenza dietro una battuta ben assestata. Sono, al contrario, una forma di resistenza. Perché continuare a ridere quando si conosce il dolore, quando si è sperimentata la perdita e si sa quanto poco basti perché ogni certezza venga meno, significa rifiutarsi di lasciare all’infelicità l’ultima parola.

Ridere non cancella quello che è successo. Non restituisce le persone che abbiamo perduto, non ripara le ingiustizie e non ci mette al riparo da quelle che verranno. Ma ci permette, almeno per un momento, di sottrarci alla convinzione che la sofferenza debba occupare ogni spazio disponibile. Ci ricorda che possiamo essere tristi e divertenti, arrabbiati e capaci di meravigliarci, profondamente feriti e ancora disposti a lasciarci sorprendere dalla vita. Non c’è contraddizione in tutto questo, anche se a volte ci comportiamo come se per stare male dovessimo rinunciare a ogni forma di leggerezza.

Qui l’ironia di Francesca Crescentini rivela tutta la sua forza. Graffiare la superficie delle cose con l’intelligenza, trovare l’assurdo anche nelle situazioni più complicate, concedersi il lusso di ballare in maschera mentre tutto intorno sembra andare in pezzi. Non significa negare il disastro, ma ricordarsi che siamo qualcosa di più del disastro che ci è capitato. E anche quando non possiamo scegliere quello che ci succede, possiamo ancora rivendicare il diritto di provare gioia.

Incontrare Francesca Crescentini a Mestre è stato un dono raro, uno di quei momenti in cui il lavoro che fai smette per un attimo di essere una professione e torna a essere un incontro tra persone. Parlare di libri significa anche questo, creare occasioni per riconoscersi, scoprire affinità impreviste e sentirsi parte di quel villaggio umano che, pur senza poter risolvere tutti i nostri problemi, riesce a rendere il viaggio un po’ meno solitario.

Vale la pena leggere La vendetta è un ballo in maschera?

La risposta è un sì pieno, incondizionato e caloroso. La vendetta è un ballo in maschera di Francesca Crescentini è uno di quei libri che riescono a sorprenderti proprio perché non cercano di insegnarti qualcosa a tutti i costi. Ti prendono per mano, ti fanno ridere quando meno te lo aspetti e, qualche pagina dopo, ti costringono a fermarti perché hanno appena dato voce a un pensiero che credevi di custodire soltanto tu. Spiazza, consola e invita a fare i conti con i propri cocci emotivi senza prendersi troppo sul serio, ma con un rigore e una sincerità che rendono impossibile liquidarlo come una semplice lettura piacevole.

Il dialogo con Il conte di Montecristo è il punto di partenza per una riflessione che va ben oltre la letteratura. Attraverso Edmond Dantès e la sua sete di vendetta, Crescentini si interroga su ciò che accade quando la vita ci mette davanti a perdite e ingiustizie che non possiamo riparare, quando vorremmo presentare il conto a qualcuno ma non sappiamo nemmeno a chi rivolgerci.

Non aspettarti, però, un trattato filosofico né un manuale che distribuisce soluzioni preconfezionate. La forza del libro sta nella sua capacità di tenere insieme riflessione e quotidianità, cultura e vulnerabilità, intelligenza e sentimento. Francesca scrive con un’ironia che non è mai un semplice espediente per alleggerire il discorso, ma uno strumento per guardare anche le esperienze più dolorose senza esserne completamente sopraffatti. La sua voce sa essere brillante e tagliente, ma anche profondamente umana, capace di riconoscere le contraddizioni che ci abitano senza pretendere di risolverle tutte.

Questo equilibrio rende la lettura così coinvolgente. Il libro non ti chiede di trasformare ogni sofferenza in una lezione, di perdonare per forza o di trovare un significato edificante in tutto quello che ti è successo. Ti concede, piuttosto, il diritto di essere una persona complicata, di provare emozioni contrastanti e di non avere sempre la risposta pronta. Puoi soffrire e ridere nella stessa giornata, sentirti fragile e avere ancora voglia di fare progetti, portare con te un’assenza e continuare a trovare motivi per essere felice. Una cosa non annulla l’altra.

Consiglierei La vendetta è un ballo in maschera a chi ama i libri che intrecciano letteratura e vita, a chi ha un rapporto speciale con i classici e a chi cerca una lettura capace di far convivere la profondità con l’ironia. Ma lo consiglierei anche a chi sta attraversando un momento difficile e non ha bisogno dell’ennesimo invito a essere forte, resiliente o positivo a ogni costo.

Questo libro ci ricorda che la rivalsa non coincide necessariamente con una resa dei conti. Non sempre possiamo ottenere giustizia, cambiare il passato o recuperare quello che ci è stato sottratto. Possiamo, però, provare a riprenderci il diritto di immaginare un futuro felice, senza sentirci in colpa per la gioia che ancora siamo capaci di provare. E se per farlo dobbiamo imparare a ballare in maschera, con un po’ di ironia e qualche coccio ancora da raccogliere, tanto meglio.

Sara Prian - Writing Coach e Consulente Editoriale

Chi ha scritto questa recensione?

Sono Sara Prian, SEO Copywriter, Consulente Editoriale e Writing Coach. Da anni affianco scrittori emergenti e autori già pubblicati nell’editing del manoscritto, nella costruzione della voce narrativa e nello sviluppo di romanzi capaci di coinvolgere davvero il lettore.

Nelle mie recensioni analizzo non solo la trama, ma anche le tecniche narrative, la struttura e le scelte stilistiche che possono diventare uno spunto concreto per chi sta scrivendo il proprio libro.

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