Quando Joe Dunthorne riceve in dono dalla madre un anello di eliotropio nero screziato di rosso, lei gli racconta che era “scampato ai nazisti” nel 1935. Forse. Quel “forse” è il primo segnale che qualcosa non quadra nella narrazione familiare. Scavando tra i documenti della nonna, Dunthorne trova un fascio di carte intitolato Le memorie di Siegfried Merzbacher: il bisnonno, chimico ebreo-tedesco, inventore di un dentifricio al radio che negli anni Venti prometteva gengive “cariche di una nuova energia vitale”.
Ma tra quelle pagine si nasconde qualcosa di molto più oscuro. Il dentifricio radioattivo e altre scorie di famiglia, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Giulia Boringhieri, è un memoir familiare che elimina le narrazioni eroiche su cui preferiamo costruire la storia dei nostri antenati, portandoci a un’indagine senza esclusione di colpi sulla complicità, il coraggio e la codardia che attraversa quattro generazioni.
Un ebreo nel laboratorio chimico nazista: la zona grigia della Storia
La scoperta che Dunthorne fa rovistando tra i documenti familiari è sconcertante: Siegfried Merzbacher, il suo bisnonno, non era solo un chimico brillante in fuga dalle persecuzioni. Era un ebreo che aveva lavorato per i nazisti in un laboratorio di armi chimiche a Oranienburg, il luogo sonnolento dove Berlino nascondeva i suoi segreti più letali.
Lì si producevano gas iprite e Zyklon B, e Siegfried, grazie alla sua invenzione del dentifricio radioattivo che lo aveva reso celebre, aveva ottenuto proprio lì un posto di rilievo. Lascia la Germania nel 1935 con la famiglia, lasciando dietro di sé molti parenti che finiranno assassinati ad Auschwitz, alcuni probabilmente proprio con il gas che lui aveva contribuito a perfezionare.
Questa scoperta costringe Dunthorne a rinunciare alla narrazione eroica di cui si tingono le storie dei nostri avi e finisce per accettare che il bisnonno non è stato un paladino della resistenza né una vittima, ma qualcosa di molto più scomodo e difficile da metabolizzare. Siegfried si trova in quella che Primo Levi ha definito la “zona grigia”, lo spazio moralmente ambiguo dove le vittime devono compiere scelte impossibili per sopravvivere.
Dunthorne va oltre la facile assoluzione. Attraverso le memorie del bisnonno, che si rivelano piene di sensi di colpa e tentativi di autoassoluzione, ammissioni e omissioni, emerge il ritratto di un uomo di medie capacità che cerca di barcamenarsi, dimostrando scarse doti di autoanalisi. Un uomo che passava le domeniche a consolare una cugina per le violenze perpetrate dallo Stato, e i lunedì tornava al laboratorio dove si producevano le armi chimiche.
Questa contraddizione atroce lo accompagnerà per tutta la vita, portandolo dentro e fuori da ospedali psichiatrici in un tentativo disperato di convivere con ciò che aveva fatto.
Il radium come metafora: le scorie delle generazioni
Il dentifricio radioattivo non è solo un’invenzione bizzarra degli anni Venti, quando il radium era considerato un elemento miracoloso e veniva aggiunto a cosmetici, bevande, burro e latte. È la metafora perfetta delle scorie familiari che continuano a emettere radiazioni attraverso le generazioni.
Dunthorne racconta che ancora oggi, a Oranienburg, centinaia di bombe inesplose giacciono nel suolo altamente irradiato, rilasciando particelle alfa a ogni temporale. Allo stesso modo, il segreto di Siegfried ha continuato a contaminare la famiglia attraverso il silenzio, le narrazioni parziali e le verità nascoste nei cassetti.
La nonna di Joe è cresciuta lavandosi i denti con quel dentifricio radioattivo, si addormentava ascoltando il rimestio dell’autoclave nella fabbrica vicina, e durante la guerra ha scoperto che il prodotto creato da suo padre era diventato il preferito dell’esercito tedesco.
Le scorie non sono solo chimiche, ma sono morali e identitarie. Si trasmettono di madre in figlia, di padre in figlio, attraverso ciò che viene detto e soprattutto attraverso ciò che viene taciuto. Dunthorne scrive che deve “capire qual è il cemento che tiene insieme le mie verità”, accettando che le verità familiari sono sempre costruzioni fragili, narrative che scegliamo di credere per proteggere noi stessi e chi amiamo dalla complessità insostenibile della realtà storica.
Memoir come indagine: quando la narrazione familiare si scontra con i documenti
Il dentifricio radioattivo appartiene a quel filone di memoir di quarta generazione scritti da chi non ha conosciuto i protagonisti e deve affidarsi ad appunti inediti, ricordi dei parenti e ricerca sul campo. Dunthorne viaggia tra Germania, Turchia e Stati Uniti, intervista storici, visita archivi, cerca di ricostruire non solo cosa è successo ma perché Siegfried ha scelto di raccontarlo in un modo piuttosto che in un altro.
Il libro è strutturato come un’indagine con Dunthorne nei panni del detective che gradualmente svela una verità scomoda. Ma qui entra in gioco uno degli aspetti più interessanti del memoir, l’autore è anche romanziere e poeta e porta nella non-fiction la verve comica e l’ironia che caratterizzano la sua narrativa.
Questo potrebbe sembrare inappropriato trattando un tema così pesante, ma è proprio l’umorismo, mai fuori luogo, mai irrispettoso, a rendere il libro godibilissimo e perfino avvincente. Dunthorne sa che l’ironia è un motore narrativo potente, che permette di affrontare l’orrore senza esserne paralizzati.
Se si fosse concentrato solo su Siegfried, non avrebbe superato le cento pagine. Per arrivare a duecentoventicinque, Dunthorne dettaglia ricerche spesso vane o periferiche, dedica capitoli a un collega nazista di Siegfried e a una sorella illustre del bisnonno. A tratti sembra che persino i commenti didascalici servano ad allungare il brodo. Ma questa apparente dispersione è anche il modo in cui funzionano davvero le indagini familiari, dove si seguono piste che si rivelano vicoli ciechi, si scoprono personaggi secondari che raccontano il protagonista indirettamente, si procede per accumulo e stratificazione piuttosto che per rivelazione lineare.
Un memoir disturbante e liberatorio
Il dentifricio radioattivo non è un libro consolatorio. Non offre catarsi né redenzione, non trasforma il bisnonno collaborazionista in un eroe tragico. Siegfried rimane un uomo mediocre che ha fatto scelte terribili per sopravvivere, e Dunthorne rifiuta di giustificarlo anche quando lo comprende.
Questo è il coraggio del memoir, ovvero accettare che la propria famiglia porti dentro di sé complicità storiche che non si possono cancellare, solo riconoscere. Il libro funziona su più livelli: come indagine storica sulla ricerca chimica novecentesca e sulla sua contaminazione con la distruzione di massa, come riflessione sulla costruzione delle narrazioni familiari, come esplorazione delle zone grigie della Storia dove vittima e carnefice non sono categorie separate ma dimensioni che a volte coesistono nella stessa persona.
Per chi è interessato alla Seconda Guerra Mondiale e alle sue eredità, per chi vuole capire come la scienza possa essere messa al servizio del male, per chi si interroga su come raccontare le storie di famiglia quando contengono verità scomode, questo memoir è una lettura necessaria.
Dunthorne scrive con la precisione di uno storico, l’estro di un giallista e la sensibilità di un poeta, creando un testo di straordinaria effervescenza che tiene col fiato sospeso fino all’ultima pagina. E quando chiudi il libro, ti rimane addosso una domanda: quali scorie radioattive si nascondono nei cassetti della mia famiglia?
