Quando un autore giovanissimo arriva sulla scena letteraria europea accompagnato da un forte clamore mediatico, la tentazione del mondo editoriale è quasi inevitabile: cercare subito il miracolo.
È quello che è successo con Nelio Biedermann, ventiduenne svizzero di origini ungheresi, autore de I Lazar, pubblicato in Italia da Guanda che ringrazio per la copia digitale. Sulla carta, il romanzo sembra avere tutti gli elementi della grande saga: una famiglia al centro della narrazione, più generazioni che attraversano il Novecento, il declino di una casata aristocratica e una prosa ambiziosa, capace di costruire immagini e atmosfere con notevole forza.
Il problema è che l’ambizione di un romanzo non coincide necessariamente con la sua riuscita.
A una lettura più attenta, soprattutto dal punto di vista strutturale, I Lazar mostra infatti alcune crepe importanti. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una storia molto più ampia di quella che il romanzo riesce effettivamente a contenere. Come se alle spalle del testo pubblicato esistesse un materiale narrativo molto più vasto, successivamente compresso per adattarlo alle esigenze della forma finale.
Proprio questa compressione crea uno dei principali problemi dell’opera. La saga vuole abbracciare decenni di storia familiare, trasformazioni politiche e sociali, rapporti tra generazioni e declino di un intero mondo, allo stesso tempo, però, deve farlo in uno spazio narrativo relativamente ristretto. Il risultato è che alcuni passaggi sembrano chiedere al lettore di colmare vuoti che il romanzo non ha avuto, o non ha voluto, il tempo di raccontare.
La patina dell’epopea mitteleuropea, insomma, è convincente. Meno convincente è, in alcuni punti, l’architettura che dovrebbe sostenerla. Anche perché il talento dell’autore è evidente, ma proprio per questo diventa interessante chiedersi se I Lazar sia davvero una grande saga familiare o se, piuttosto, sia il tentativo ancora acerbo, e ci sta il ragazzo ha appena vent’anni, di costruire una grande saga con gli strumenti di un romanzo che avrebbe avuto bisogno di più spazio, più stratificazione e forse anche di maggiore controllo sulla propria ambizione.
L’illusione dell’epopea e la trappola della compressione
Il problema principale de I Lazar risiede nel suo respiro drammatico sbilanciato. Il romanzo sembra contenere una storia molto più ampia di quella che riesce effettivamente a sviluppare. Una materia narrativa che avrebbe forse richiesto centinaia di pagine in più per permettere al numeroso cast di personaggi di sedimentarsi davvero nella memoria del lettore.
Invece di costruire archi di trasformazione progressivi, la narrazione procede spesso attraverso riassunti serrati ed ellissi temporali. I membri della famiglia Lazar vengono trascinati da un evento all’altro senza che il lettore abbia sempre il tempo di assistere alla trasformazione che quegli eventi dovrebbero produrre. I traumi arrivano, modificano gli equilibri e vengono rapidamente superati dal passaggio alla generazione o alla vicenda successiva.
Su questo la struttura finisce per penalizzare anche la componente emotiva. Le tragedie possono essere potenzialmente decisive, ma vengono raccontate con una distanza tale da ridurne l’impatto. Alcune esplodono in poche pagine per poi lasciare spazio a un nuovo episodio, altre vengono raccontate attraverso una sintesi retrospettiva o rimangono sostanzialmente fuori campo. Il problema non è, quindi, la quantità di eventi, che anzi è notevole, ma il rapporto tra evento, sviluppo e conseguenza.
Una saga familiare vive infatti anche della sedimentazione. Perché una generazione possa lasciare un segno nella storia della famiglia, il lettore deve avere il tempo di conoscerla, comprenderne i desideri, assistere alle sue trasformazioni e percepire ciò che eredita dalla generazione precedente. Quando questo processo viene compresso, la successione degli eventi rischia di diventare più importante dei personaggi che dovrebbero viverli.
Il risultato è una curiosa contraddizione: I Lazar vuole produrre l’effetto di una grande saga, ma in diversi passaggi ne adotta la superficie più che il ritmo profondo. Abbiamo il susseguirsi delle generazioni, i grandi traumi storici, il declino della famiglia e il passaggio del tempo, manca però, a tratti, quello spazio narrativo necessario perché tutto questo possa sedimentare.
Più che una saga pienamente dispiegata, si ha così l’impressione di intravedere la versione condensata di una saga molto più vasta. Una storia che contiene moltissimo, ma che non sempre ha il tempo di trasformare ciò che racconta in esperienza narrativa.
Frammentazione e letto di Procuste: la gestione della struttura
Dal punto di vista della tecnica compositiva, il romanzo è costruito attraverso una sessantina di capitoli estremamente brevi. Una scelta che, nelle prime pagine, funziona: l’incipit è potente e il ritmo spezzato contribuisce a creare tensione, costringendo il lettore a procedere rapidamente da una scena all’altra.
Sul lungo periodo, però, la stessa soluzione strutturale tende a produrre l’effetto opposto. La frammentazione interrompe continuamente la continuità delle scene e dei personaggi, rendendo più difficile percepire la costruzione progressiva dell’intreccio. Ogni capitolo sembra avere il compito di aggiungere un tassello, ma non sempre i tasselli riescono a comporre un disegno narrativo altrettanto solido.
È come se la struttura diventasse un letto di Procuste per la storia. È il materiale narrativo a dover rientrare nella misura imposta dai continui passaggi e dalle brusche cesure, invece di essere la forma ad adattarsi alle esigenze della storia.
Questo si percepisce soprattutto in tre aspetti. Le scene finiscono spesso per apparire come episodi autonomi più che come veri snodi dell’intreccio, la prima metà del romanzo dedica molto spazio alla presentazione di personaggi, ambienti e situazioni, mentre nella seconda il ritmo cambia sensibilmente e la narrazione comincia ad attraversare periodi temporali sempre più ampi con una rapidità che rischia di compromettere la continuità drammatica.
Anche la componente atmosferica risente di questa scelta. Le premesse sembrano suggerire la possibilità di una narrazione capace di muoversi tra realismo magico, suggestioni gotiche e saga familiare. Tuttavia, con il procedere del romanzo, la frammentazione tende a prevalere sull’atmosfera. Ciò che potrebbe diventare una dimensione narrativa persistente rimane spesso affidato a singole immagini o situazioni, senza avere il tempo di svilupparsi pienamente.
Un capitolo breve può essere estremamente efficace quando ogni cesura produce un effetto preciso sul ritmo, sulla tensione o sulla prospettiva. Qui, invece, la ripetizione di questo meccanismo finisce talvolta per rendere la struttura più visibile della storia che dovrebbe contenere.
Quando il lettore comincia a percepire soprattutto il montaggio, l’illusione dell’epopea si indebolisce e invece di essere trascinato attraverso la storia della famiglia Lazar, diventa sempre più consapevole dei passaggi che la tengono insieme.
La Bottega della Scrittura: gestire l’ambizione e l’architettura delle saghe familiari
Raccontare decenni di storia e seguire decine di personaggi senza trasformare il romanzo in una successione di riassunti è una delle sfide più complesse per chi scrive una saga familiare. Quando l’arco temporale si allarga, non basta eliminare scene: bisogna capire quali momenti meritano di essere raccontati per esteso, quali possono essere affidati all’ellissi e soprattutto come fare in modo che ciò che viene taciuto continui ad avere un peso nella storia.
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Intertestualità ingombrante e dissonanze tonali
I Lazar è attraversato da una fitta rete di riferimenti letterari. Il declino delle famiglie e delle classi sociali richiama inevitabilmente la grande tradizione mitteleuropea, mentre alcune atmosfere e alcune forme dell’angoscia sembrano dialogare con autori come Thomas Mann, Hoffmann, Schnitzler e von Horváth.
Il problema non sta nella presenza di questi riferimenti, ma nel modo in cui vengono assimilati. In diversi passaggi il dialogo con la tradizione appare più riconoscibile come repertorio di suggestioni che come elemento realmente metabolizzato dalla scrittura. Si avverte cioè la presenza dei modelli, ma non sempre la loro trasformazione in una voce narrativa pienamente autonoma. Il rischio è che l’intertestualità diventi una sorta di dichiarazione d’intenti con il romanzo che mostra le proprie ascendenze invece di lasciarle agire in profondità nella storia.
A questo si aggiunge una marcata ricerca della provocazione. La violenza, l’erotismo grottesco e alcuni elementi di feticismo vengono utilizzati per costruire un’immagine di decadenza fisica e morale dell’aristocrazia. Sono scelte che, in teoria, potrebbero rafforzare la dimensione perturbante del romanzo, ma non sempre raggiungono questo risultato.
In alcuni episodi, come abbiamo visto, l’accumulo di immagini estreme e di accostamenti volutamente disturbanti sembra infatti rispondere più al desiderio di produrre uno shock immediato che a una precisa necessità narrativa. La provocazione diventa allora un elemento ricorrente della scrittura e, proprio per questo, perde progressivamente parte della sua efficacia.
È soprattutto una questione di tono. Il romanzo passa dalla tragedia familiare alla deformazione grottesca, dal dramma storico alla provocazione erotica, senza che il passaggio sia sempre sostenuto da una modulazione altrettanto precisa della voce narrativa. Il risultato può essere una certa dissonanza con scene costruite per avere un forte peso drammatico che vengono talvolta accostate a immagini così eccentriche da spostare l’attenzione del lettore dalla tragedia alla sua rappresentazione.
La scrittura di Biedermann possiede una notevole sicurezza formale e una forte capacità immaginativa, ma proprio questa esuberanza rischia a tratti di diventare autoreferenziale. Quando la ricerca dello stile, della provocazione o dell’immagine memorabile prende il sopravvento sulla funzione narrativa, la forma smette di amplificare il dramma e comincia a competere con esso.
Ne deriva un’impressione di immaturità che non coincide con una mancanza di talento. Al contrario, sembra essere il risultato di un talento ancora molto esposto, che non ha sempre trovato il modo di disciplinare la propria ambizione. Questa è per me la caratteristica più evidente del romanzo: un’opera in cui l’ostentazione di stile finisce per prevaricare sulla tenuta drammatica, laddove il racconto avrebbe tratto un enorme beneficio da una prosa capace di mettersi, con più umiltà, al servizio dei personaggi.
Vale la pena leggere I Lazar?
La risposta, probabilmente, dipende da ciò che si cerca in un romanzo.
Nelio Biedermann è senza dubbio una penna dotata di talento. La sua scrittura possiede una forte componente visiva, non teme l’eccesso e sa produrre immagini capaci di rimanere impresse. Ci sono pagine in cui questa energia narrativa emerge con grande evidenza e lascia intravedere le possibilità di un autore ancora giovanissimo.
Il problema è che, in I Lazar, il talento non è sempre sostenuto da un’architettura narrativa altrettanto solida. La quantità di personaggi, generazioni, eventi e suggestioni che il romanzo cerca di contenere finisce per mettere sotto pressione la struttura, mentre la compressione temporale e la frammentazione contribuiscono a indebolire proprio quegli elementi, evoluzione dei personaggi, conseguenze emotive, continuità dell’intreccio, sui quali dovrebbe reggersi una saga familiare.
Per questo il romanzo può risultare affascinante e frustrante allo stesso tempo. Chi è interessato alla scoperta di una voce giovane, ambiziosa e ancora in fase di definizione potrebbe trovare molto da apprezzare. Chi invece cerca una saga familiare ampia, stratificata e pienamente coerente potrebbe percepire più nettamente i limiti della costruzione.
I Lazar resta quindi un esordio interessante, soprattutto per ciò che lascia intravedere. Più che un romanzo pienamente compiuto nella sua ambizione, è la dimostrazione di quanto possa essere difficile governare una materia narrativa enorme quando si possiede già una voce stilistica così riconoscibile: il talento può dare vita a una storia, ma è l’architettura narrativa a permetterle di reggersi in piedi.
Chi ha scritto questa recensione?
Sono Sara Prian, SEO Copywriter, Consulente Editoriale e Writing Coach. Da anni affianco scrittori emergenti e autori già pubblicati nell’editing del manoscritto, nella costruzione della voce narrativa e nello sviluppo di romanzi capaci di coinvolgere davvero il lettore.
Nelle mie recensioni analizzo non solo la trama, ma anche le tecniche narrative, la struttura e le scelte stilistiche che possono diventare uno spunto concreto per chi sta scrivendo il proprio libro.
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