C’è una scena che si ripete, nel cuore di questo romanzo e che vede uno zio e un nipote, seduti in una stanza, la macchina da scrivere che batte il ritmo delle giornate, e la voce del professore che detta.
Fuori ci sono gli anni di piombo. Dentro c’è la Cina imperiale, l’imperatrice madre Tzu Hsi, il giovane sovrano Kuang Hsu destinato a morire sconfitto. La distanza tra i due mondi è intera, eppure non esiste davvero: è quella stessa stanza, con quegli stessi due uomini, a contenere tutto.
Il letto cinese di Anna Luisa Pignatelli, pubblicato da Fazi Editore nella collana Le Strade, è un romanzo breve e preciso come un’incisione, che racconta la trasmissione di qualcosa di fondamentale tra generazioni che non si capiscono e forse non si amano del tutto.
Due mondi che si parlano senza volerlo: lo zio, il nipote e la Cina come specchio
Il professore è un sinologo di fama, dedito alla carriera con l’intensità di chi non ha lasciato spazio a nient’altro. Il nipote è uno studente sconclusionato, sognatore, romantico, il tipo di ragazzo che la vita sembra non aver ancora trovato.
Tra i due non c’è intesa immediata, non c’è simpatia facile: ci sono due modi opposti di stare al mondo che si trovano a condividere una stanza e un lavoro. Il professore detta, il nipote batte a macchina. Il professore conosce la Cina come un territorio dell’intelletto, mentre il nipote la scopre a pezzi, dettatura dopo dettatura, senza capire subito che qualcosa sta cambiando in lui.
La storia che prende forma in quei fogli è quella della dinastia Qing al tramonto, con l’imperatrice madre Tzu Hsi, figura di potere assoluto e volontà inesorabile, e il giovane imperatore Kuang Hsu, prigioniero della sua stessa corte, esautorato, condannato.
Con lui il nipote si identifica senza dichiararlo apertamente e quella identificazione silenziosa è uno dei movimenti più riusciti del romanzo. La storia lontana diventa, quindi, uno specchio della storia vicina. La debolezza del giovane sovrano riflette quella del ragazzo, la tirannia affettuosa dello zio riecheggia il potere irresistibile dell’imperatrice.
Pignatelli costruisce questo parallelismo con mano leggera, senza spiegarlo mai del tutto, lasciando che emerga da solo tra le righe. Quando la vita, con i suoi drammi improvvisi, irrompe nell’esistenza monotona del nipote, lo zio non lo aiuta. Si rivela egoista, chiuso, incapace di qualsiasi gesto di cura che non sia intellettuale.
Eppure un evento inaspettato permetterà al ragazzo di tornare su quel legame con occhi diversi e capire che ha ricevuto qualcosa di fondamentale. Non affetto, non protezione, ma la passione per lo studio, l’amore per la cultura, la capacità di trovare in un libro le domande che la vita non sa formulare. Un lascito che non ha il calore di un abbraccio, ma che forse dura più a lungo.
La voce di Pignatelli: asciutta, tagliente e più viva che mai
Anna Luisa Pignatelli, toscana di nascita, è stata già definita da Antonio Tabucchi «una voce insolita nella letteratura italiana di oggi: lirica, tagliente e desolata» e Il letto cinese conferma che quella definizione non era un complimento di circostanza ma realtà molto precisa.
Pignatelli scrive con una prosa asciutta che non spreca una parola, che non si concede consolazioni facili né abbellimenti ornamentali. Lo stile è il contrario del romanzo storico tradizionale: non c’è l’abitudine alla ricostruzione d’ambiente, non c’è la volontà di portare il lettore nel dettaglio pittoresco della Cina imperiale.
La storia dei Qing entra nel romanzo attraverso il filtro della dettatura, attraverso la voce del professore che la racconta e la interpreta e questa distanza è voluta, è parte della struttura. La cultura non viene esibita, ma viene trasmessa, lentamente, quasi per osmosi, nel modo in cui le cose importanti di solito passano da una persona all’altra senza che né chi dà né chi riceve se ne accorga del tutto.
Pignatelli dipinge con la sua penna sicura ed elegante il potere distruttivo, e in questo caso anche costruttivo, dei rapporti familiari, del dolore e dell’inadeguatezza che si tramandano insieme a qualcosa di più prezioso.
È una delle sue ossessioni tematiche, riconoscibile attraverso tutti i suoi libri. La famiglia come luogo in cui ci si forma e ci si ferisce, spesso con le stesse mani e nello stesso gesto. Il letto cinese aggiunge una sfumatura nuova a questo tema ricorrente, ovvero la possibilità che anche un rapporto freddo, anche una relazione segnata dall’egoismo e dalla mancanza di cura, lasci comunque qualcosa di vivo e di duraturo. Non nonostante i suoi limiti, ma attraverso di essi. È una conclusione scomoda, poco rassicurante, ma è tipo di verità che solo una scrittura precisa e senza compiacenze sa restituire.
